CHERNOBYL 33 ANNI DOPO

A luglio 2016 il Ministero dell’ecologia ucraino aveva annunciato l’idea di rivitalizzare l’area interessata dal disastro di Chernobyl del 1986 utilizzandola per la produzione di energia rinnovabile.

Il terreno nella zona che si estende per un raggio di 30 km da quel che resta della centrale nucleare è ancora fortemente contaminato e lo rimarrà per i prossimi 24 mila anni almeno: non può essere occupato da foreste, né utilizzato per coltivare, né tantomeno abitato. Serviva una nuova destinazione d’uso, così si è pensato a varie distese di pannelli solari.


L’area è ancora connessa alle principali città del Paese con le linee di trasmissione ad alta tensione un tempo usate per distribuire l’elettricità ricavata dalla centrale, e questi collegamenti possono essere ancora sfruttati.

Ora uno dei progetti, quello proposto dalla compagnia ucraino-tedesca Solar Chernobyl, è stato quasi terminato.


Il parco fotovoltaico da un megawatt di potenza e del costo di un milione di euro sorge a un centinaio di metri dal “sarcofago”, il massiccio guscio di acciaio e cemento eretto attorno al reattore numero 4, per arginare la contaminazione nucleare nella zona di esclusione (l’area nel raggio di 30 km dalla centrale). Copre 16 mila metri quadrati e comprende 3800 pannelli solari fotovoltaici: una volta a regime produrrà energia sufficiente ad alimentare 2000 case, l’equivalente di un villaggio di medie dimensioni.

Precauzioni. Il fatto che i pannelli non siano posti direttamente nel terreno, ma su lastre di cemento, ricorda che il territorio è ancora “avvelenato”: non è sicuro scavare nel suolo, e il sarcofago ha ridotto la radioattività a un decimo dei livelli precedenti (ma non l’ha eliminata del tutto). Intanto però i lavori continuano: ci sono altri 25 km quadrati resi disponibili dal governo ucraino per ulteriori sviluppi di questo tipo, e una sessantina di progetti in gara per aggiudicarseli. Due aziende cinesi sono già partite per costruire una centrale fotovoltaica da 1 gigawatt.

L’obiettivo è evitare che Chernobyl si trasformi in una sorta di “buco nero” nel cuore dell’Europa. O forse, evitare che lo rimanga.

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